Libero contratto in libero stato
Nel paese dei diritti (ingiustamente) acquisiti, perfino la logica diventa un optional quando si intende difendere a tutti i costi una rendita di posizione. Una dimostrazione plastica di ciò l’abbiamo avuta ancora ieri, con le polemiche sulle regole che riguardano assunzioni e licenziamenti nella Pubblica amministrazione.
20 AGO 20

Nel paese dei diritti (ingiustamente) acquisiti, perfino la logica diventa un optional quando si intende difendere a tutti i costi una rendita di posizione. Una dimostrazione plastica di ciò l’abbiamo avuta ancora ieri, con le polemiche sulle regole che riguardano assunzioni e licenziamenti nella Pubblica amministrazione. In mattinata l’equivoco è nato da una dichiarazione del ministro della Funzione pubblica, Filippo Patroni Griffi, il quale a margine di un convegno ha detto: “La delega (sulla riforma del lavoro nel pubblico impiego) non conterrà una disposizione specifica sui licenziamenti disciplinari dei dipendenti pubblici, ma si rimetterà al Parlamento”. Possibile, veniva immediatamente da chiedersi, che i lavoratori dipendenti del settore privato possano vedersi rescisso il contratto per ragioni economiche o disciplinari, e invece i travet di stato restino sempre e comunque inamovibili?
L’esito sarebbe evidentemente ingiusto, oltre che assurdo. Il nostro mercato del lavoro, finora già caratterizzato da un regime di apartheid (copyright Pietro Ichino) tra insider ultragarantiti e outsider iper precari, con differenze abissali tra il tasso di partecipazione di uomini e donne alla forza lavoro, si caratterizzerebbe per un’ennesima disfunzione difficilmente giustificabile. In serata, in una nota congiunta, Patroni Griffi e il ministro del Lavoro, Elsa Fornero, hanno specificato che “anche nella Pa i licenziamenti sono una sanzione e possono essere un deterrente”. A dispetto del tirassegno retorico iniziato da sindacati ed esponenti politici (soprattutto contro Fornero), ora è auspicabile che il governo davanti al Parlamento tenga questa linea.